Alessandro Cinque

Cosa succede se prima di compiere trent’anni ti sembra di essere già arrivato al massimo, di non aver niente di nuovo da scoprire? Hai sicuramente dovuto superare molti ostacoli, sì, ma la vetta è proprio lì, così vicina. Non ti viene voglia di cambiare tutto?

Ne parliamo con Alessandro Cinque, giovane fotoreporter italiano, che ora vive a Lima, in Perù. Dopo aver lasciato il suo studio fotografico a Firenze, un anno fa, ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla sua prima e vera passione, il reportage.

Il suo lavoro da tempo si concentra sulle questioni sociali e ambientali che interessano le minoranze del Sud America. Le sue immagini sono state pubblicate sulle principali riviste, come The New York Times, il NYT Lens Blog, MarieClaire, Libèration, Internazionale e L’Espresso.

Ho letto che la tua passione per la fotografia l’hai ereditata da tuo padre, ma com’è stato il tuo percorso fino a diventare fotogiornalista?

A 10 anni ho ricevuto in regalo la mia prima macchina fotografica, mio padre al tempo aveva uno studio e realizzava fotografie ai matrimoni nella zona. Ricordo di essere sempre stato affascinato dalla camera oscura, dalla sua luce rossa.

Quando ne ho compiuti 16 ho iniziato a fargli da assistente e tempo dopo ho fondato con un amico il mio studio fotografico, a Firenze. La passione per il reportage l’ho sempre avuta, ma sapevo di aver bisogno di finanziarmi le prime storie. Ho studiato alla ICP a New York e ho cambiato vita, ne avevo abbastanza. Dall’anno scorso, sono diventato fotografo dell’agenzia Reuters, e mi sono trasferito a Lima.

Cosa vuol dire lasciare tutto e cambiare vita per trasferirsi dall’altra parte del mondo?

Dopo quattro anni di lavoro sul Perù, per il mio progetto A Toxic State, ho deciso che dovevo essere sul posto per comprendere a fondo la cultura e la storia del paese. Non bastavano più poche settimane all’anno di viaggio. Ho fatto le valigie e mi sono trasferito, ma ora è tutto molto complicato con la pandemia. La situazione non è facile e non si prospetta migliore nei prossimi mesi. L’ultima fotografia del progetto l’ho scattata a febbraio 2020. Un anno intero fermo a sperare che si allentino le misure.

Il tuo progetto A Toxic State, quando e in che modo è cominciato?

Tutto è iniziato nel 2017, quando sono partito per uno dei miei viaggi in Sud America, e ho cono- sciuto una signora del posto, che a causa dell’acqua contaminata nel suo villaggio si era ammala- ta. Mi ha raccontato la situazione drammatica nelle città minerarie del paese, in particolare tra i distretti di Espinar, Challhuahuacho e Cerro de Pasco. Dopo aver perso il marito di cancro, stava crescendo i bambini da sola. Le condizioni di vita e di salute della popolazione della zona si stan- no deteriorando giorno dopo giorno, la malnutrizione e l’anemia colpiscono quasi la metà della popolazione, e l’insufficienza renale ed il cancro sono tra le principali cause di morte.

In qualche modo mi sono sentito molto vicino alla storia e ho capito che raccontandola con le immagini avrei potuto cambiare qualcosa.

Come ti prepari prima di cominciare un progetto?

Ho spesso lavorato insieme alle ONG, sia perché ne condivido gli ideali, ma soprattutto perché da europeo, per entrare in confidenza con le persone del posto ci vuole molto tempo e i giusti contatti. È molto importante essere accettati dal capo della comunità.

E poi ho letto molti libri, fatto ricerca, e incrociato i racconti. In quattro anni comunque, ho scoperto tantissime realtà e di conseguenza si sono create molte storie di sottofondo, ma ho l’obbligo morale verso le persone che si sono raccontate e fatte fotografare di fare il possibile per dare visibilità a questa storia.

A prescindere da pubblicazioni e premi, qual è stato il momento che ti ha reso più orgoglioso del tuo lavoro?

Sicuramente quando Oxfam Perù mi ha chiesto di poterlo mandare alle Nazioni Unite, con lo scopo di mappare la situazione. E inoltre quando un professore canadese mi ha contattato per inserire il mio progetto nel suo programma didattico. Il Canada è uno dei paesi con più miniere qui.
L’idea di insegnare ad una nuova generazione ad essere più informati e responsabili, mi fa sentire utile.

Marcello Junior Dino
Francesco Faraci

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