Franco Pagetti

Meetings With Remarkable Men, the fortune of an incounter

A biography of Franco Pagetti
By Laura Ghigliazza

 

ITA

Non si è abituati a sentir raccontare la vita di una persona fino in fondo, prendersi del tempo, fare poche domande e ascoltare, lasciarsi trasportare dalle parole di chi ha visto un migliaio di cose in più di te. É una crescita enorme entrare nel flusso di chi ha fatto determinate esperienze.

La cosa che mi ha colpito maggiormente ascoltando Franco Pagetti, è stata proprio questa: in ogni momento della vita in cui avevo il desiderio di cambiamento, ho sempre incontrato qualcuno da cui potevo imparare. Ho avuto la fortuna di incrociare persone straordinarie.

Questo è sicuramente uno di quegli incontri, perché Franco è un uomo straordinario, nel vero senso del termine, fuori dai limiti del comune.

La sua carriera inizia a Milano, appena lasciata l’università, lavora in una libreria in zona Ticinese, quando un giorno gli si presenta al bancone una donna, ben vestita, la classica milanese, a chiedere informazioni su un libro. Franco, in maniera schietta e scontrosa chiude la conversazione sul nascere. La signora, sorpresa, consegna a Franco il suo biglietto da visita, interessata a lavorare con lui. Nero su bianco c’è il nome di Carla de Benedetti, via della Spiga 1.

I giorni seguenti Franco ci pensa a lungo, e infine decide di tentare, andare a scoprire cosa lo aspetta a quell’indirizzo. É qui che entra nel mondo della fotografia, come assistente della celebre fotografa di architettura Carla de Benedetti. Inizia un percorso in un mondo che, per la sua cultura personale e familiare, non era nemmeno considerato. Nessuno pensava fosse possibile guadagnarsi da vivere scattando fotografie.

Tirate le somme di questo primo periodo, di notevole crescita personale, si rende conto che Carla oltre ad aprirgli la strada nel mondo delle immagini e consigliargli libri di tutti i generi e tipi, gli insegna ad essere curioso e preparato.

Una volta sicuro di aver assorbito tutto il necessario sulla fotografia, parte per diversi mesi verso gli Stati Uniti come assistente nel mondo della moda. Il 1985 è l’anno in cui realizza il suo primo servizio come fotografo a tutti gli effetti, uno still life commissionato da Vogue Italia.
In quel periodo ha molti amici giornalisti, che tra le altre cose, lo invitano ad andare sul campo con loro. Così nel 1988 Franco copre la prima storia sulle donne torturate dal regime cileno.

È questo il momento in cui realizza che il reportage può diventare la sua strada, e negli anni seguenti, documenta per le maggiori testate internazionali le diverse zone di conflitto: Afghanistan, Kosovo e Timor Est, Israele, Sierra Leone.

In Iraq, nel gennaio del 2003, tre mesi prima che la coalizione a guida americana lanciasse il suo bombardamento “Shock and Awe” su Baghdad, è tra i pochissimi giornalisti che documentano con le immagini il caos e la paura che in quelle settimane pervade la città.

Vi resta per un periodo di sei anni, fino al 2008, lavorando per il Time Magazine, entrando nei più pericolosi quartieri come Sadr City, in un momento in cui nessuno straniero era al sicuro, e raccogliendo fra i più esclusivi materiali sul tema.

Vive a pieno il salto tra la pellicola e digitale, non facile dal suo punto di vista, affezionato all’idea romantica della fotografia. Due modi di raccontare completamente diversi. Il digitale rappresenta una visione nuova, a volte in contrasto rispetto a quello a cui è abituato: i tempi lunghi, la calma e la riflessione sullo scatto.

Sono tante le cose che vanno valutate prima di intraprendere un viaggio, e non tutti sono preparati, non c’è nessuno che ti insegna cosa devi portare, come affrontarlo. Spesso non viene considerata la cornice intorno al racconto delle zone in conflitto, il quotidiano della vita.

“A Baghdad”, ci racconta, “al fianco di James Nachtwey, ho imparato davvero come si fa ad essere un fotografo sul campo. Lui aveva una cintura con le borse attaccate in vita, mentre io correvo con il classico borsone da fotografo, ingombrante, tenuto in spalla, pesante. le condizioni di lavoro non erano tra le più agevoli: non c’era acqua, non ci si poteva lavare. Dormivamo in un albergo, il Palestine, al quindicesimo piano senza ascensore, e spesso ti dovevi portare le taniche per le scale. C’è stato un momento, un giorno, in cui James tirò fuori dalla tasca una crema, e se la spalmò prima sul viso e poi sulle mani. All’inizio mi aveva spaesato, solo qualche giorno dopo, con le mani rovinate dalle ferite per la secchezza e polvere, ho capito cosa volesse dire quel semplice gesto. Facendo questo lavoro devi pensare a tutte le possibili conseguenze, le mani sono lo strumento con cui io lavoro e avevo rischiato di non portare a casa nulla.”

Nel 2013 è ad Aleppo, in Siria, e realizza il progetto The Veils of Aleppo, raccontando la realtà siriana con un linguaggio nuovo. La violenza e la distruzione rappresentate senza fotografare il sangue e le armi. Le strade distrutte e inanimate, hanno come principali protagoniste grandi tende colorate stese tra un palazzo e l’altro, pezzi di stoffa cuciti con cura usati quasi come scudi per proteggere i soldati dalle forze speciali di Bashar al-Assad.

Alla fine, dopo anni di reportage, Franco Pagetti l’insegnamento più grande che condivide è proprio il primo che ha ricevuto: Leggere, sempre, qualsiasi cosa. Informarsi prima di cominciare un lavoro, conoscere il mondo, i sentimenti umani. Altrimenti senza quello, come fai a fotografare? Rimangono solo delle immagini vuote.

ENG

You’re not used to hearing a person’s life story all the way through, taking your time, asking a few questions and listening, letting yourself be carried away by the words of someone who has seen a thousand things more than you have. It’s a huge growth to get into the flow of those who have had certain experiences.
The thing that struck me the most while listening to Franco Pagetti was that in every moment of my life when I had the desire to change, I always met someone from whom I could learn. I’ve been lucky enough to cross paths with extraordinary people.
This is definitely one of those encounters, because Franco is an extraordinary man, in the true sense of the word, out of the ordinary.
His career began in Milan, as soon as he left university, he worked in a bookstore in the Ticinese area, when one day a well-dressed woman, the classic Milanese, came up to him at the counter to ask about a book. Franco, in a frank and grumpy way closes the conversation in the bud. The lady, surprised, gives Franco his business card, interested in working with him. Black on white is the name of Carla de Benedetti, via della Spiga 1.
The following days Franco thought about it for a long time, and finally decided to give it a try, to go and find out what was waiting for him at that address. It is here that he enters the world of photography, as assistant to the famous architectural photographer Carla de Benedetti. He begins a journey in a world that, for his personal and family culture, was not even considered. Nobody thought it was possible to earn a living by taking photographs.

Having summed up this first period of remarkable personal growth, he realized that Carla not only opened the way for him in the world of images and advised him on books of all kinds and types, but also taught him to be curious and prepared.
Once he was sure that he had absorbed everything he needed to know about photography, he left for the United States for several months as an assistant in the world of fashion. 1985 is the year he does his first shoot as a full-fledged photographer, a still life commissioned by Vogue Italia.
At that time he has many journalist friends, who, among other things, invite him to go into the field with them. So in 1988 Franco covers the first story on women tortured by the Chilean regime.
This is the moment when he realizes that reportage can become his way, and in the following years, he documents for major international newspapers the different conflict zones: Afghanistan, Kosovo and East Timor, Israel, Sierra Leone.
In Iraq, in January 2003, three months before the American-led coalition launched its “Shock and Awe” bombing raid on Baghdad, he was one of the very few journalists to document the chaos and fear that pervaded the city in those weeks.

He remained there for a period of six years, until 2008, working for Time Magazine, entering the most dangerous neighborhoods like Sadr City, at a time when no foreigner was safe, and collecting some of the most exclusive material on the subject.
He fully lives the jump between film and digital, not easy from his point of view, fond of the romantic idea of photography. Two completely different ways of telling stories. Digital represents a new vision, sometimes in contrast with what he is used to: long times, calm and reflection on the shot.
There are so many things that need to be considered before embarking on a journey, and not everyone is prepared, there is no one to teach you what to bring, how to approach it. Often the frame around the story of the conflict zones, the everyday of life, is not considered.
“In Baghdad,” he tells us, “alongside James Nachtwey, I really learned how to be a photographer in the field. He had a belt with bags attached to his waist, while I was running around with a classic photographer’s bag, bulky, carried on my shoulder, heavy. We slept in a hotel, the Palestine, on the fifteenth floor with no elevator, and you often had to carry jerry cans up the stairs. There was a moment one day when James pulled cream out of his pocket and smeared it first on his face and then on his hands. At first I was bewildered, it wasn’t until a few days later, with my hands ruined by wounds from dryness and dust, that I understood what that simple gesture meant. Doing this work you have to think of all the possible consequences, the hands are the tool with which I work and I had risked not bringing anything home.”
In 2013 he is in Aleppo, Syria, and realizes the project The Veils of Aleppo, telling the Syrian reality with a new language. The violence and destruction represented without photographing the blood and weapons. The streets, destroyed and inanimate, have as their main protagonists large colored tents stretched between one building and another, pieces of cloth sewn with care used almost as shields to protect soldiers from the special forces of Bashar al-Assad.
In the end, after years of reporting, Franco Pagetti’s greatest lesson he shares is the very first one he received: Read, always, anything. Get informed before starting a job, know the world, human feelings. Otherwise, without that, how can you photograph? All that’s left are empty images.

Silvio Soldini
Lorenzo Castore

Leave a Reply

Your email address will not be published.

SUBSCRIBE OUR NEWSLETTER
TO STAY UPDATED ON OUR PROPOSALS

FACEBOOK

INSTAGRAM

Navigation
Close

YOUR PHOTOS

Close

Wishlist

Recently Viewed

Close

Categories