Gabriele Basilico

La lentezza dello sguardo

 

Di Gabriele Basilico sappiamo tante cose: che è uno dei fotografi di paesaggio urbano più conosciuti al mondo, che ama la sua città, Milano, ma oltre il treppiede con il banco ottico e lo sguardo attento c’è un uomo di grande umanità. Ne parliamo con l’unica persona che può davvero saperlo, Giovanna Calvenzi, sua moglie.

Ci racconta del loro passato, di quando si sono conosciuti tramite un’amica comune alle superiori, e di come da lì non si siano mai fermati.

Giovanna è stata testimone e ricorda le prime immagini scattate durante un viaggio verso Inghilterra e Scozia. È il 1969 e loro si dirigono in macchina verso Glasgow.

È pomeriggio tardi e arrivano in un quartiere destinato alla demolizione. La situazione è surreale: nessuna auto, nessun passante, silenzio. Scesi dalla macchina, in quello che sembra essere un luogo abbandonato, vedono dei bambini corrergli incontro. Gabriele inizia a scattare.

Realizza un solo rullo, ogni foto è diversa dalle altre, senza ripetizioni. Il risultato è la sua prima mostra fotografica dal titolo Glasgow, processo di trasformazione della città, alla galleria Il Diaframma di Milano. Lo stesso Gabriele dichiarerà in un’intervista del 2012 che guardando le stampe realizzate aveva rivissuto l’emozione provata fotografando quei bambini e in quel momento aveva capito che la fotografia sarebbe potuta diventare la sua professione.

A metà degli anni Settanta inizia a lavorare in maniera continuativa per le principali testate di arredamento e per aziende nel settore del mobile. Nel 1978, ispirato dalle immagini “seriali” dei coniugi Becher, inizia un lavoro di ricerca sulle aree industriali milanesi. Nasce un progetto che durerà tre anni, Milano ritratti di fabbriche, cominciato in un weekend di Pasqua, mentre si aggira in macchina per la periferia milanese. Sono le giornate in cui Milano vive in una “magica sospensione luminosa”. Il vento forte crea una luce limpida, il cielo è pulito, le ombre sono nette.

Il suo avvicinamento alla città consiste in una documentazione accurata, nello studio della sua storia, delle mappe, costruendosi un itinerario personale. Per tre anni continuerà a lavorare al suo progetto, aspettando con pazienza quel tipo di luce, per lui unica.

1978_80_Fabbriche

1978_80_Fabbriche

Nella sua carriera professionale ci sono momenti nodali, esperienze più significative di altre.

Il 1984 è per lui l’anno di una di queste. Per incarico del governo francese partecipa alla Mission Photographique de la DATAR, un progetto di documentazione sulla trasformazione del paesaggio, fotografando le coste della Normandia, dal confine con il Belgio fino a Le Mont Saint Michel.

Gabriele è l’unico fotografo italiano. Con lui ci sono Lewis Baltz, Josef Koudelka, Robert Doisneau, Raymond Depardon e molti altri. Questo progetto gli farà scoprire la possibilità di una relazione diversa con il paesaggio.

Le Treport-Mers les Bains 1985

Dunkerque 1984

Negli anni successivi riceve diversi incarichi per lavorare nelle principali città europee.

È il 1991 quando la Fondazione libanese Hariri lo invita a partecipare a una missione fotografica a Beirut, alla fine di una guerra durata quindici anni. Con lui ci sono Robert Frank, Josef Koudelka, Fouad Elkoury, René Burri e Raymond Depardon. Il primo impatto con la città è traumatico.

I primi giorni li passa girando per le strade senza fotografare, finché un amico lo porta in cima all’Hotel Hilton. È l’edificio più alto a disposizione, e gli consiglia un gesto semplice: socchiudere gli occhi, guardare la città in lontananza. Beirut allora diventa una qualsiasi città del Mediterraneo.

La sua struttura è perfettamente riconoscibile ed è solo la “pelle” degli edifici a essere distrutta.

Tonerà a Beirut altre tre volte (per la rivista Domus, per una mostra personale e per un nuovo incarico della Fondazione Hariri) per documentare l’avanzamento della ricostruzione della città

1991_Beirut

1991_Beirut

Fino alla fine della sua carriera, lavorerà in molte città del mondo creando un archivio immenso che oggi è un punto di riferimento per chi si occupa di fotografia e di urbanistica.

Giovanna dal 2013 se ne prende cura con curiosità e attenzione. Il suo archivio ci restituisce il ritratto di un’unica grande metropoli, come scrive lui stesso per definire il sentimento di empatia che lo legava alle città: “Entrare in sintonia con i luoghi, cercare, attraverso il confronto con altri luoghi, quelle affinità che ci fanno riconquistare un senso di appartenenza e una familiarità che ci consente di affrontare lo smarrimento di fronte al nuovo, allo sconosciuto. E allora Beirut ci riporta a Palermo e forse un poa Napoli, una certa parte di Roma si ritrova a Parigi e forse a Madrid”.

2007_San Francisco

2010_Shanghai

2012_Milano Porta Nuova

Massimo Alba
Francesca Todde

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