Gabriele Galimberti

Dietro una fotografia si nascondono ore di studio

Classe ’77, toscano di nascita, ma cittadino del mondo di adozione. Con CouchSurfing, un progetto pubblicato per due anni su D la Repubblica delle Donne, ha viaggiato per 58 paesi e cinque continenti. Ma non solo, da poco è stato in Arabia Saudita, dove ha realizzato uno scatto per il suo Toy Stories, «ancora on going» e ha viaggiato per gli Stati Uniti, dove è nato The Ameriguns: il reportage a lungo termine con il quale ha vinto il primo premio nella sezione Stories del World Press Photo.

The Ameriguns

The Ameriguns

Come nasce questo progetto?

Per caso, come molti dei miei reportage. Mi trovavo negli Stati Uniti per il National Geographic a raccontare una storia totalmente diversa, dovevo realizzare ritratti a dei collezionisti di fossili di dinosauri. Una volta in Kansas sono entrato per curiosità in un negozio enorme, un magazzino, che vendeva armi da fuoco. Parlando con uno dei clienti che stava acquistando la sua cinquantesima o sessantesima pistola -neanche lui sapeva il numero esatto della sua collezione- gli ho chiesto se potessi scattargli una foto; nel giro di un’ora mi sono trovato a casa sua con in mano il primo di uno dei ritratti di The Ameriguns.

Dalla serie dei ritratti dei collezionisti di fossili di dinosauri per il National Geographic

Dalla serie dei ritratti dei collezionisti di fossili di dinosauri per il National Geographic

Dalla serie dei ritratti dei collezionisti di fossili di dinosauri per il National Geographic

I tuoi sono spesso reportage a lungo termine. Perché preferisci questo tipo di approccio?

In vent’anni che faccio questo mestiere ho capito che ho bisogno di amare le storie che produco, più mi appassionano, più risultato fotografico è forte. Prendi The Ameriguns, dietro c’è stato un anno e mezzo di ricerca, quaranta giorni di viaggio, interviste alle persone, poi il pubblicato per il National Geographic.

All’attivo hai molte mostre, diversi libri e molte pubblicazioni. Quando lavori a una tua storia pensi mai a quale di questi, chiamiamoli spazi, sia più adatto?

Toy Stories è stata sicuramente una scuola: guardando tutte le foto scattate nel tempo avevo capito che c’era abbastanza materiale per pubblicare un libro, la mostra è stata una conseguenza. Da qui ho capito che qualsiasi progetto al quale avessi lavorato non avrebbe dovuto avere una destinazione precisa, perché qualsiasi avrebbe funzionato. Anche The Ameriguns: funziona per un magazine, per un libro, vista la quantità di materiale raccolto fra documentazioni, statistiche e interviste, ma anche per una mostra. Vedere una famiglia con cento armi da fuoco racconta senza bisogno di molte altre parole…

Su Open Edition Gallery, troviamo una foto del progetto Toy Stories. Come nascono questi ritratti?

Dal 2010 per due anni ho avuto una rubrica sul D la Repubblica delle Donne: avevo proposto di girare il mondo con il CouchSurfing. Poco prima di intraprendere questo lungo viaggio, quando ancora vivevo in Toscana, dove sono nato e cresciuto, una mia amica mi chiese di scattare alcuni ritratti alla figlia. Loro vivono in una fattoria, ed è in mezzo alle mucche che trovai la bambina, Alessia, che riordinava tutti i suoi attrezzi. Una scena perfetta.

Così approfittando del viaggio che stavo per intraprendere, ho subito colto l’occasione per portare avanti anche quello che è Toy Stories. Un progetto che per me è ancora on going. Chissà, magari fra dieci anni verrà fuori una nuova versione del libro con cento foto.

Toy Stories

Cosa consigli agli aspiranti fotografi, nonostante la crisi dell’editoria?

Se l’editoria cartacea sta vivendo un momento difficile non la fotografia: il linguaggio è comprensibile a tutti, i social ce lo insegnano. Quindi chi di mestiere vuole fare il fotografo deve imparare a raccontare storie perché tutti noi abbiamo bisogno di sentirne, e per farlo spesso basta girare l’angolo di casa.

Un po’ come il tuo progetto realizzato durante il primo lockdown, Inside Out?

Nato anche questo per caso. Ero a Milano quando è esplosa la prima bomba, essendo giornalista fotografo, come molti, ho sentito la necessità di andare a documentare: strade e piazze vuote, file delle ambulanze, il vuoto. A casa riguardando le mie foto mi sono reso conto che il materiale prodotto non mi convinceva. Per un confronto, ho chiamato un amico, chiedendoli di incontrarci. Vista la situazione, sapendo che ero stato cinque giorni in giro, mi ha negato la possibilità di vederci. Lì ho capito come il Covid stesse cambiando i rapporti, se uno dei miei migliori amici mi teneva lontano, era questo che dovevo rappresentare: come le persone stavano vivendo l’isolamento.

Inside Out

Inside Out

Inside Out

Toy Stories

max&douglas

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