Ilaria Magliocchetti Lombi

Lineamenti di uno scatto

Ilaria Magliocchetti Lombi, fotografa italiana, si appassiona presto alle immagini dopo aver ereditato la sua prima reflex dal padre. I concerti dei gruppi che ascolta in cameretta diventano il suo set, e l’affrontare le ore di immancabili file per essere più vicina possibile al palco, si trasformano in momenti speciali sapendo di poter tornare a casa con un migliore risultato.

Ma questo è solo l’inizio; dopo un’esperienza a Barcellona torna a Roma, la sua città di nascita, e inizia a tutti gli effetti una carriera come ritrattista. Afterhours, Zen Circus, Coez e Ben Harper sono solo alcuni dei nomi appartenenti ad una lunga lista di personaggi influenti che Ilaria ha ritratto per le principali riviste italiane.

Ho letto che hai iniziato a scattare ai concerti quando avevi diciannove anni, mettendoti in fila per ore e inviando a fine serata le immagini alle band. Ci racconti come sei arrivata poi al tuo primo lavoro nel mondo della fotografia musicale?

È stato un percorso abbastanza fluido. Un po’ come dici tu scattavo live le band che mi piacevano e cercavo poi di prendermi i contatti per mandare le foto, e accedere la volta dopo al backstage; e così si sono instaurati i primi rapporti. Le foto piacevano e da lì hanno iniziato a chiamarmi anche per scattare i loro ritratti e poi le cover dei dischi. Sono arrivati i primi lavori pagati diciamo, ma al tempo già collaboravo con amici che erano musicisti e band.

Era il mio mondo, facevamo lo stesso percorso ognuno nel suo, io cercando di fare la fotografa e loro cercando di emergere con la loro musica. Partecipavo e supportavo i loro progetti con le mie fotografie. Devo dire che ho sempre trovato un grande sostegno, hanno sempre dato valore a quello che facevo, cercando di sostenerlo, a seconda delle possibilità, anche economicamente. Per me ha significato molto perché mi ha fatto pensare che potessi farcela.

La prima band non di amici che mi chiamò per curare l’aspetto fotografico furono i Julies Haircut , groppo rock – psichedelico emiliano, a cui appunto erano piaciute delle foto che avevo fatto ai live.

Qual è la tua immagine con il retroscena migliore?

Ce ne sono tante, però di recente facendo editing ho ripubblicato una foto dei Massive Attack scattata nel 2015 per Rolling Stone ed è stato divertente ricordarmi il contesto assurdo in cui l’ho scattata. Era una festa privata in una villa sull’Appia Antica dove loro suonavano come DJ in dei cunicoli di tufo, sottoterra. Situazione già assurda di per sé, io pensavo sarei riuscita ad avere qualche minuto tranquilla – o quasi – per fare dei ritratti, invece non esisteva un backstage e nel management non avevano previsto un momento “shooting”. Il ritratto l’ho scattato letteralmente durante la festa con la photo editor, la mia ragazza e un’altra amica che facevano come un cordone di sicurezza arginando le persone che volevano entrare nell’inquadratura – e che probabilmente non erano neanche molto lucide data l’insistenza e la pressione -, loro mi  ritagliavano un po’ di spazio , e io nel casino generale con la musica a palla cercavo di sistemarmi il flash guadagnando terreno tra i fan. Insomma il panico. Però è andata!

Lungo la tua carriera, c’è un incontro che ti ha segnata particolarmente?

Sono una ritrattista, la mia carriera è fatta di incontri, e tanti sono stati forti e speciali. Restando in ambito musicale però uno per me importante è stato con Ani DiFranco nel 2014.

Da ragazzina tanti contenuti politici importanti mi sono arrivati attraverso la sua musica, il suo ruolo di artista indipendente, ho preso coscienza di molte cose grazie ai suoi testi e al suo impegno come attivista per le donne e la comunità lgbtq, quindi per me fotografarla è stato un momento davvero importante. Umanamente perché avevo la possibilità di conoscerla da fan diciamo, e fotograficamente perché mi è sembrato un piccolo traguardo e un segnale di essere sulla buona strada. Poi l’incontro è stato super, c’è sempre il rischio di rimanere deluse, invece la chiacchierata fu intensa e arricchente.

In un periodo storico come quello in cui stiamo vivendo, che direzione pensi prenderanno i tuoi progetti?

Questo periodo mi è servito per riflettere su quello che ho fatto in questi anni, per mettere più a fuoco qual è il filo rosso che lega tutto, per riguardare e rieditare, capire meglio. Negli ultimi anni per fortuna ho lavorato parecchio, ho cercato fortemente di rendere la fotografia sostenibile, di farla diventare anche un lavoro, non ho mai avuto o voluto un piano b, quindi le mie energie sono state concentrate molto su quello, sul lavoro di ritrattista. Questo periodo difficilissimo ma di maggiore “calma” lavorativa ha accelerato dei processi già in atto e oltre alle ansie che tutte e tutti abbiamo, mi ha dato anche spazio e tempo per riflettere. Sicuramente sto cercando di continuare a spostare le energie su progetti miei, e su tematiche che mi sono sempre interessate, oltre al lavoro di ritrattista editoriale e di fotografa in ambito musicale.       Penso che la fotografia abbia un certo potere e una visibilità, quindi scegliere con cura cosa fotografare in questo momento ha un peso maggiore.

Sonia Marin
Rosalba Piccinni

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