Mario Spada

La giusta distanza dal caos

Vicoli di perdizione e desideri rimangono impressi sulla pellicola di Mario Spada, fotografo napoletano che da tempo racconta la sua città in tutte le sue contraddizioni.
Napoli è rappresentata da molti, ma colta da pochi.
Resta l’unico posto al mondo dove non serve il colore per coglierne l’intensità.

Da più di vent’anni Mario si muove con immensa calma per le sue strade, narrando vicende al limite del possibile ma mai così reali. Ha collaborato con le più importanti agenzie italiane, e pubblicato sulle principali riviste internazionali. Le sue storie sono state in mostra in America e in tutta Europa.

Ho letto che hai fatto i primi passi nella fotografia a 15 anni, ci racconti come hai iniziato?

Da piccolissimo in realtà volevo fare il conservatorio e diventare un musicista, ma venendo da una famiglia di operai sapevo che il massimo upgrade che mi sarei potuto  permettere era fare l’impiegato. La mia formazione era incentrata sul concetto del posto fisso; per la mia famiglia era molto importante, ma io non lo desideravo in alcun modo. A 15 anni per pagarmi le vacanze mi sono presentato in uno studio fotografico per fare l’assistente. Portavo la borsa, tenevo il faro e così via. Sono andato avanti per diverso tempo. Compiuti vent’anni ho iniziato a scattare, finché a ventiquattro ho conosciuto Oreste Pipolo, – fotografo napoletano diventato famoso per i suoi servizi matrimoniali ambientati nel capoluogo partenopeo -, un genio per me. Mi prestò la sua 35 mm.

Nel ’96 realizzo il mio primo progetto, sulla Tombola , all’epoca si giocava nel piano basso dei palazzi, e succedeva di tutto, ci trovavi persone fuori dal comune. Ricordo ancora il giorno in cui mi sono presentato con la macchina fotografica e due signore mi hanno improvvisato uno strip-tease. Ho visto cose pazzesche in quel periodo.

Con il tempo però mi sono reso conto di non avere abbastanza preparazione sulla fotografia, padroneggiavo la tecnica imparata durante gli anni da assistente, sentivo che mi mancavano le basi del linguaggio fotografico e la conoscenza degli autori più importanti, così mi sono iscritto alla Bauer di Milano.

Che rapporto hai con la tua città, Napoli?

Odio e amore, totale. Una città piena di contraddizioni, emozioni, crudeltà ed empatia. Napoli è un ossimoro continuo. Ci sono delle mattine che non puoi nemmeno uscire di casa da quante macchine si sono messe davanti al tuo portone. E poi ti bastano due ore in Piazza Dante, con un buon libro, e il sole tiepido di febbraio per innamorartene di nuovo.

La metafora più giusta, per spiegarlo a chi non è di qui, l’ho vissuta tempo fa.
Era un giorno che aveva appena finito di diluviare, e io ero in giro, incazzato nero e completamente fradicio. Mi fermai un attimo sul marciapiede per cercare le chiavi di casa. Proprio in quel momento una signora dal balcone tirò via la cerata che aveva sistemato sui panni per non farli bagnare, e rovesciò litri l’acqua esattamente sopra la mia testa. Io sbalordito le dissi: “Signora ma insomma, lei non guarda giù prima di fare una cosa del genere?” e ricordo ancora la tranquillità con cui mi rispose: “Eh siete voi che vi siete messi qui sotto.” E io lì, in quel momento esatto, mi sono fatto una risata e ho capito perché amo tanto questo posto. Napoli è un mondo a parte.

Hai lavorato in diversi contesti, più o meno difficili. Come ti prepari prima di cominciare un progetto?

Quando fotografo per un progetto non mi precludo niente, tendenzialmente spero di poter fotografare tutto, e in ogni caso cerco di farlo in momenti in cui non se ne accorge nessuno, forte della mia velocità nello scatto.
Adesso è diventato sempre più difficile fotografare le persone. Le nuove leggi sulla privacy non aiutano il nostro mestiere, soprattuto se sono presenti bambini.

C’è un incontro che ti ha segnato particolarmente?

Ricordo che mentre facevo la scuola di fotografia a Milano, incontrai alla presentazione di un libro Ferdinando Scianna e gli chiesi se potevo mostrargli le mie fotografie.

Accettò e mi presentai giorni dopo nel suo studio con un centinaio di provini. Sfogliandoli arrivò alla fotografia di un cane chiuso dentro un altarino.
Mi guardò e disse: “ Minchia, lo vuoi un caffè?”.
E io in quel momento mi entusiasmai, è uno dei miei ricordi più felici.

Ci racconti le immagini su Open Edition Gallery?

Le tre immagini sul sito fanno parte del mio ultimo progetto, After the End.

In seguito ad uno spiacevole evento, tempo fa, ho avuto un blocco: non riuscivo a fotografare le persone. Non volevo smettere di scattare ma volevo aspettare che il tempo curasse le mie ferite. Così ho continuato a fotografare in maniera diversa.

Privando le mie fotografie dalla figura umana, e mettendo l’osservatore come fosse l’unico sopravvissuto in un mondo spoglio.

Stai lavorando ad un libro, che cosa raccoglie?

Già nel 2006 Emiliano Mancuso e Giancarlo Ceraudo mi dissero più volte che avrei dovuto realizzare questo libro. Ma sentivo che non era ancora il momento, non ero pronto. Ho capito che fare un libro è percorrere una strada infinita, ci si perde, si cambia idea e si riparte. Bisogna avere al proprio fianco delle persone che si mettono in discussione con te ma allo stesso tempo ti insegnano molto, e io le ho trovate.

Ora posso solo dire che il lavoro non si chiamerà Napoli, ma Spina. Non ci sarà nessun riferimento alla città di Napoli come luogo definito, ma sarà un corpo formato da 82 fotografie, come fossero le cellule.

Cristina Coral
Hester Keijser

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