Francesco Faraci

Francesco Faraci was born in Palermo in 1983. After completing his studies in anthropology and sociology, in 2013 he turned to photography and learned from the great European and American photographers in order to develop his own photographic style. The focus of his work is his homeland of Sicily, which he travels far and wide, describing its cultural crossroads and existential paradoxes: birth and death, joy and violence, the solitude that hides among the folds of modernity. He has a particular interest in the minorities and children who are born and grow up in poor, abandoned neighbourhoods. In 2016 his first photographic book Malacarne-Kids come first was published by Crowdbooks and curated by Benedetta Donato: a three-year journey through the outskirts of Palermo, which received the second prize in the photo books section at PX3 in Paris and MIFA. In 2017 his first novel Nella pelle sbagliata (In the wrong skin) was published by Leima Edizioni. Two of his photographs are used for the covers of the Dutch editions of Saviano’s novels La paranza dei bambini (The Piranhas) and Bacio feroce (Savage Kiss). In 2019 he took part in Jovanotti’s “Jova Beach Party” tour to work on a reportage that, starting from the concerts, offered a picture of today’s Italy. The work is published by Rizzoli with the title Jova Beach Party: Cronache di una nuova era (Jova Beach Party: Chronicles of a new era). In 2020 the photobook Atlante Umano Siciliano (Sicilian Human Atlas) is published by emuse.

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    25x25cm

    PRICE
    120

    Atlante Umano Siciliano:

    Tre parole che insieme formano una frase, ma se messe in proprio ognuna di esse ha una sua identità precisa. Sicilia porta d’Europa, per qualcuno inizio di una nuova vita, punto d’approdo dalla vicina africa. Per altri, invece autoctoni è sguardo sul mondo, odora di radici. Terra infima e meravigliosa dove nulla è mai come appare. Per contingenza, greca illusione. Atlante è viaggio, ma non importa il come, bensì il dove e il perché. Percorrendo una geografia dell’anima, mediterranea, fatta di sensazioni, di percezioni che sgorgano dalla terra nuda dopo la mietitura. Il vento, il cielo, le correnti marine, il sole, la luna e il sale sulla pelle. Tutto concorre a tracciare su una cartina immaginaria i segni del passaggio del viandante, che nulla ha con sé se non le ossa, nudo e aperto com’è di fronte alla sorpresa, al fato, al destino. Umano perché terreno. Perché l’uomo, in fondo, è al centro della ricerca. La sua condizione di “moderno” in una terra che fatica ad evolversi e che quando lo fa, o ci prova, cede ogni volta un pezzo della sua atavica identità. Un lavoro sui contrasti, sugli opposti: vita\morte, caos\silenzio, gioia\tristezza, rassegnazione\riscatto. Paesi ormai semi abbandonati, dove chi parte non fa più ritorno e l’età di mezzo è ormai un’utopia. Rimangono i vecchi, le pietre delle case dalle porte e dalle finestre sbarrate con la scritta “Vendesi”, che raccontano di ciò che si è stato e di cosa sarà nel prossimo futuro. Dalla Sicilia si fugge, ma il territorio muore e nemmeno troppo lentamente. Si tratta di provare a salvare, a imprimere su carta quel che c’è. Il paradosso è che non mancano l’energia e nemmeno la poesia. Nell’eterna lotta fra andare e restare ho scelto di resistere e raccontare la terra in cui vivo, in controtendenza forse con la fotografia esotica che fa dell’altrove, il più lontano possibile da noi, un vessillo. Eppure, aprendo le porte di casa, spalancando le finestre metaforiche di noi stessi, quindi aprendosi, il mondo accoglie, chiede di raccontarne la storia. La vita, la morte, i sogni e le sconfitte. Siciliano, dunque, per appartenenza non sempre fiera. Esserlo (siciliano) significa, oggi, mettersi in cammino, scavare a fondo nella terra sapendo che il mare, unico e definitivo confine, ha nella linea dell’orizzonte e nelle direzioni dei venti il suo unico limite. Tre parole per dire di un luogo di frontiera, dunque. La ricerca di una piccola America. Ispirato da Robert Frank e dal suo “The Americans” mi sono messo in viaggio, ecco il senso di questo lavoro che implorava di venire fuori.

     

    Sicilian. Human. Atlas: Three words that together form a sentence, where each of them has a precise identity. Sicily, a door to enter Europe, to some offering the start of a new life, a point of arrival from neighbouring Africa. For others, the natives, it is a glimpse of the world, its roots running deep. A wonderful land, yet it can be one of the worst. Here nothing is ever as it appears. For contingency, Greek illusion. A work of contrasts: life/death, chaos/silence, resignation/ redemption, joy/sadness. Semi-abandoned towns where those who leave do not return and middle age is a utopia. The elderly remain, as do the stones of the houses, with doors and windows barred shut and decorated with “For sale” signs. The stones tell of what was and what will be in the near future. We flee Sicily, a land that is dying, and not even slowly. It must be saved in order to not forget, to reproduce on paper what is still there. The paradox is that there is no lack of energy or poetry. In the eternal struggle between leaving and staying, I have chosen to try to stand strong and recount the land I live in, unlike exotic photography that draws us to other places, far away. And yet, opening the doors of the house, opening the metaphorical windows of our lives, that world welcomes us and asks to be described. Life, death, dreams, defeats. Atlas is a journey. No matter how, just where and why. Walking through the geography of the Mediterranean soul, made of sensations, of perceptions that flow from the bare earth after the harvest. Wind, sky, sea currents, sun, moon and salt on the skin. Everything contributes to tracing the signs of the wayfarer’s travels on an imaginary map, who carries nothing but his bones, naked and open to confront surprise, fate, destiny. Human because earthly. Because after all humanity is the focus of the study. His condition of being “modern” in a land that is struggling to evolve and that, when it does, or tries to, gives up a piece of its atavistic identity each time. Sicilian, therefore, means not always being proud. Today, being Sicilian means to set out, to dig deep into the earth knowing that the sea, the only definitive border, has its only limit in the horizon and in the directions of the winds. Three words to describe a borderland. I set off on a journey in search of a small America inspired by Robert Frank and his The Americans. This is the meaning of this work that begged to come out.

    Francesco Faraci

    La donna dei Crisantemi

    AVAILABLE FOR 47 DAYS

  • SIZE
    25x25cm

    PRICE
    120

    Atlante Umano Siciliano:

    Tre parole che insieme formano una frase, ma se messe in proprio ognuna di esse ha una sua identità precisa. Sicilia porta d’Europa, per qualcuno inizio di una nuova vita, punto d’approdo dalla vicina africa. Per altri, invece autoctoni è sguardo sul mondo, odora di radici. Terra infima e meravigliosa dove nulla è mai come appare. Per contingenza, greca illusione. Atlante è viaggio, ma non importa il come, bensì il dove e il perché. Percorrendo una geografia dell’anima, mediterranea, fatta di sensazioni, di percezioni che sgorgano dalla terra nuda dopo la mietitura. Il vento, il cielo, le correnti marine, il sole, la luna e il sale sulla pelle. Tutto concorre a tracciare su una cartina immaginaria i segni del passaggio del viandante, che nulla ha con sé se non le ossa, nudo e aperto com’è di fronte alla sorpresa, al fato, al destino. Umano perché terreno. Perché l’uomo, in fondo, è al centro della ricerca. La sua condizione di “moderno” in una terra che fatica ad evolversi e che quando lo fa, o ci prova, cede ogni volta un pezzo della sua atavica identità. Un lavoro sui contrasti, sugli opposti: vita\morte, caos\silenzio, gioia\tristezza, rassegnazione\riscatto. Paesi ormai semi abbandonati, dove chi parte non fa più ritorno e l’età di mezzo è ormai un’utopia. Rimangono i vecchi, le pietre delle case dalle porte e dalle finestre sbarrate con la scritta “Vendesi”, che raccontano di ciò che si è stato e di cosa sarà nel prossimo futuro. Dalla Sicilia si fugge, ma il territorio muore e nemmeno troppo lentamente. Si tratta di provare a salvare, a imprimere su carta quel che c’è. Il paradosso è che non mancano l’energia e nemmeno la poesia. Nell’eterna lotta fra andare e restare ho scelto di resistere e raccontare la terra in cui vivo, in controtendenza forse con la fotografia esotica che fa dell’altrove, il più lontano possibile da noi, un vessillo. Eppure, aprendo le porte di casa, spalancando le finestre metaforiche di noi stessi, quindi aprendosi, il mondo accoglie, chiede di raccontarne la storia. La vita, la morte, i sogni e le sconfitte. Siciliano, dunque, per appartenenza non sempre fiera. Esserlo (siciliano) significa, oggi, mettersi in cammino, scavare a fondo nella terra sapendo che il mare, unico e definitivo confine, ha nella linea dell’orizzonte e nelle direzioni dei venti il suo unico limite. Tre parole per dire di un luogo di frontiera, dunque. La ricerca di una piccola America. Ispirato da Robert Frank e dal suo “The Americans” mi sono messo in viaggio, ecco il senso di questo lavoro che implorava di venire fuori.

     

    Sicilian. Human. Atlas: Three words that together form a sentence, where each of them has a precise identity. Sicily, a door to enter Europe, to some offering the start of a new life, a point of arrival from neighbouring Africa. For others, the natives, it is a glimpse of the world, its roots running deep. A wonderful land, yet it can be one of the worst. Here nothing is ever as it appears. For contingency, Greek illusion. A work of contrasts: life/death, chaos/silence, resignation/ redemption, joy/sadness. Semi-abandoned towns where those who leave do not return and middle age is a utopia. The elderly remain, as do the stones of the houses, with doors and windows barred shut and decorated with “For sale” signs. The stones tell of what was and what will be in the near future. We flee Sicily, a land that is dying, and not even slowly. It must be saved in order to not forget, to reproduce on paper what is still there. The paradox is that there is no lack of energy or poetry. In the eternal struggle between leaving and staying, I have chosen to try to stand strong and recount the land I live in, unlike exotic photography that draws us to other places, far away. And yet, opening the doors of the house, opening the metaphorical windows of our lives, that world welcomes us and asks to be described. Life, death, dreams, defeats. Atlas is a journey. No matter how, just where and why. Walking through the geography of the Mediterranean soul, made of sensations, of perceptions that flow from the bare earth after the harvest. Wind, sky, sea currents, sun, moon and salt on the skin. Everything contributes to tracing the signs of the wayfarer’s travels on an imaginary map, who carries nothing but his bones, naked and open to confront surprise, fate, destiny. Human because earthly. Because after all humanity is the focus of the study. His condition of being “modern” in a land that is struggling to evolve and that, when it does, or tries to, gives up a piece of its atavistic identity each time. Sicilian, therefore, means not always being proud. Today, being Sicilian means to set out, to dig deep into the earth knowing that the sea, the only definitive border, has its only limit in the horizon and in the directions of the winds. Three words to describe a borderland. I set off on a journey in search of a small America inspired by Robert Frank and his The Americans. This is the meaning of this work that begged to come out.

    Francesco Faraci

    Caminante

    AVAILABLE FOR 47 DAYS

  • SIZE
    25x25cm

    PRICE
    120

    Atlante Umano Siciliano:

    Tre parole che insieme formano una frase, ma se messe in proprio ognuna di esse ha una sua identità precisa. Sicilia porta d’Europa, per qualcuno inizio di una nuova vita, punto d’approdo dalla vicina africa. Per altri, invece autoctoni è sguardo sul mondo, odora di radici. Terra infima e meravigliosa dove nulla è mai come appare. Per contingenza, greca illusione. Atlante è viaggio, ma non importa il come, bensì il dove e il perché. Percorrendo una geografia dell’anima, mediterranea, fatta di sensazioni, di percezioni che sgorgano dalla terra nuda dopo la mietitura. Il vento, il cielo, le correnti marine, il sole, la luna e il sale sulla pelle. Tutto concorre a tracciare su una cartina immaginaria i segni del passaggio del viandante, che nulla ha con sé se non le ossa, nudo e aperto com’è di fronte alla sorpresa, al fato, al destino. Umano perché terreno. Perché l’uomo, in fondo, è al centro della ricerca. La sua condizione di “moderno” in una terra che fatica ad evolversi e che quando lo fa, o ci prova, cede ogni volta un pezzo della sua atavica identità. Un lavoro sui contrasti, sugli opposti: vita\morte, caos\silenzio, gioia\tristezza, rassegnazione\riscatto. Paesi ormai semi abbandonati, dove chi parte non fa più ritorno e l’età di mezzo è ormai un’utopia. Rimangono i vecchi, le pietre delle case dalle porte e dalle finestre sbarrate con la scritta “Vendesi”, che raccontano di ciò che si è stato e di cosa sarà nel prossimo futuro. Dalla Sicilia si fugge, ma il territorio muore e nemmeno troppo lentamente. Si tratta di provare a salvare, a imprimere su carta quel che c’è. Il paradosso è che non mancano l’energia e nemmeno la poesia. Nell’eterna lotta fra andare e restare ho scelto di resistere e raccontare la terra in cui vivo, in controtendenza forse con la fotografia esotica che fa dell’altrove, il più lontano possibile da noi, un vessillo. Eppure, aprendo le porte di casa, spalancando le finestre metaforiche di noi stessi, quindi aprendosi, il mondo accoglie, chiede di raccontarne la storia. La vita, la morte, i sogni e le sconfitte. Siciliano, dunque, per appartenenza non sempre fiera. Esserlo (siciliano) significa, oggi, mettersi in cammino, scavare a fondo nella terra sapendo che il mare, unico e definitivo confine, ha nella linea dell’orizzonte e nelle direzioni dei venti il suo unico limite. Tre parole per dire di un luogo di frontiera, dunque. La ricerca di una piccola America. Ispirato da Robert Frank e dal suo “The Americans” mi sono messo in viaggio, ecco il senso di questo lavoro che implorava di venire fuori.

     

    Sicilian. Human. Atlas: Three words that together form a sentence, where each of them has a precise identity. Sicily, a door to enter Europe, to some offering the start of a new life, a point of arrival from neighbouring Africa. For others, the natives, it is a glimpse of the world, its roots running deep. A wonderful land, yet it can be one of the worst. Here nothing is ever as it appears. For contingency, Greek illusion. A work of contrasts: life/death, chaos/silence, resignation/ redemption, joy/sadness. Semi-abandoned towns where those who leave do not return and middle age is a utopia. The elderly remain, as do the stones of the houses, with doors and windows barred shut and decorated with “For sale” signs. The stones tell of what was and what will be in the near future. We flee Sicily, a land that is dying, and not even slowly. It must be saved in order to not forget, to reproduce on paper what is still there. The paradox is that there is no lack of energy or poetry. In the eternal struggle between leaving and staying, I have chosen to try to stand strong and recount the land I live in, unlike exotic photography that draws us to other places, far away. And yet, opening the doors of the house, opening the metaphorical windows of our lives, that world welcomes us and asks to be described. Life, death, dreams, defeats. Atlas is a journey. No matter how, just where and why. Walking through the geography of the Mediterranean soul, made of sensations, of perceptions that flow from the bare earth after the harvest. Wind, sky, sea currents, sun, moon and salt on the skin. Everything contributes to tracing the signs of the wayfarer’s travels on an imaginary map, who carries nothing but his bones, naked and open to confront surprise, fate, destiny. Human because earthly. Because after all humanity is the focus of the study. His condition of being “modern” in a land that is struggling to evolve and that, when it does, or tries to, gives up a piece of its atavistic identity each time. Sicilian, therefore, means not always being proud. Today, being Sicilian means to set out, to dig deep into the earth knowing that the sea, the only definitive border, has its only limit in the horizon and in the directions of the winds. Three words to describe a borderland. I set off on a journey in search of a small America inspired by Robert Frank and his The Americans. This is the meaning of this work that begged to come out.

    Francesco Faraci

    Natale fra i vicoli

    AVAILABLE FOR 47 DAYS

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